La campagna ragusana oggi racconta una storia veramente affascinante.

La incontri così, piccoli fazzoletti di terra, cangianti nei colori e nell’aspetto a seconda delle stagioni che si susseguono: verde, oro, brunito. Colori della terra che si tinge anche di rosso Papavero o del lilla dei fiori di Salvia.

Ma c’è un filo conduttore che lega tutta la campagna iblea: è un filo fatto di pietra, di quella dura, calcarea.

Quella stessa pietra che costituisce lo scheletro della nostra provincia, che per secoli, mani sapienti, incallite e spaccate, hanno divelto dai monti, dalle colline e dagli altopiani.

Rotta la roccia per lasciare posto alla terra fertile, questa pietra è stata modellata per diventare un muretto a secco, disegnando, come un merletto, tutti i fianchi del territorio ibleo. E quella stessa pietra, raccolta al centro di ogni “ciusa” (così si chiamano gli appezzamenti di terreno frazionati dai muri a secco), diventava torre di guardia e di avvistamento, atta a controllare il movimento delle mandrie che pascolavano da un posto all’altro, diventava recinto, a protezione degli alberi, diventava capanno e riparo per gli animali.

Questo “filo” di pietra è diventato simbolo di una campagna che vive di storia, di tradizione, di cultura e di amore. Un filo che inizia e termina sempre allo stesso modo: sulle mani dell’uomo.

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