testaHo un libro tra le mani e mi trovo difronte al suo autore. Siciliano d’origine e con un sorriso spontaneo e simpatico che incoraggia l’immediato e amichevole tu e l’incalzare delle mie domande.

blangiChi è Carlo Blangiforti? È uno che spera di essere uno scrittore e… basta”, in realtà, lo aggiungo per dovere di cronaca, è laureato in lingue e letterature straniere, informatico, cultore delle tradizioni locali siciliane, poeta, scrittore per alcune testate giornalistiche ed appassionato di cucina.

Perché un libro con questo titolo? È nato come raccolta di ricette, ma in realtà, la ricetta è una scusa per parlare di altro.

Il titolo prende spunto da un modo di dire locale, un’espressione che indica quell’atteggiamento sfacciato di certi convitati che si presentano a casa dell’ospite con nient’altro che il loro appetito. A mani vuote. Panza e presenza, appunto, ma assenza, in questo caso, ha un altro significato?Giocando con le parole è nato il titolo reale. La panza, chiaramente è la gastronomia.  Il libro ruota attorno al cibo e al rispetto per il cibo. L’assenza si riferisce a quello che nell’idea della cucina è assente, ovvero, le suggestioni, i riferimenti culturali, artistici e letterari in genere che un piatto può suscitare”.

Un piatto è capace di evocare cose profonde, sono parole tue, ma questo tuo libro non è solo un ricettario? “Una delle funzioni principali di questo libro è stata quella di richiamare in vita le riflessioni sui cibi. Del resto, il cibo, è una parte molto importante del vivere dell’essere umano, ha al suo interno una potenza evocatrice incredibile. Facile fare allusione alla madeleine, di Proust e infatti, buona parte del libro parla di memoria”. 

La madeleine a cui fa riferimento Carlo è un biscotto dolce, francese, inzuppato nel té ha il potere, con il suo profumo e il suo sapore, di riportare all’infanzia la memoria dello scrittore. Questa sensazione e la necessità di trasformarla in scrittura, ha dato origine all’intero ciclo di  “Alla ricerca del tempo perduto”, un romanzo dove le pagine legate al cibo sono numerose e molto intense. Il parallelismo dunque appare evidente, come Proust rievoca attraverso i sapori infantili, Blangiforti lo fa attraverso le ricette che evocano la sua terra e il legame con essa. Sono piatti che appartengono alla tradizione culinaria iblea, altre a quella siciliana, ci sono ricette che sono new entry, altre non c’entrano nulla con l’isola, ma hanno attinenza, continuità e, a vario titolo, affinità con la sicilianitudine…

Cos’è la sicilianitudine che tu descrivi attraverso le tue 49 ricette? È un concetto molto ampio, nel mio caso, con le ricette voglio restituire una “ibleitudine” che probabilmente è sfuggita a molti”.

I siciliani, co1308_caponata_1me tutti i popoli poveri, sono genti condannate all’ospitalità. Accolgono con grande favore l’ospite e cercano di ingozzarlo con manicaretti deliziosi.  Il cibo dunque rappresenta  la forza di un territorio che ha saputo, da sempre, proporsi per la sua tempra innovativa, per la sua laboriosità e intraprendenza. Un popolo che ha intuito, in largo anticipo, di dover trasformare l’utilizzo degli ingredienti in “cultura del cibo” ed è proprio in questo concetto che risiede la vera differenza.

Parli di “banal food” ovvero il cibo di ogni giorno, quello che deve servire come combustibile per l’organismo, in cosa si distinguono i siciliani dagli altri popoli?

Uso il termine “banal food” per distinguere il concetto di cibo delle grandi cucine internazionali, con chef pentastellati, che puntano solo alla qualità degli ingredienti. In realtà la cultura culinaria di un popolo si misura su altro. È il cibo quotidiano che emerge nelle case,  nelle famiglie, tutti i giorni, con mamme, nonne e talvolta papà. Un piatto di pasta al pomodoro,  in realtà esige una competenza superiore a quella che un grande cuoco esprime con piatti più eleborati. Ragusa ha la fortuna di trovarsi al centro di un territorio che offre una varietà di prodotti enorme, amplificata da suggestioni e scambi culturali, che si sono fusi tra loro, traducendosi in esperienze culinarie e questa è la vera forza della cucina siciliana. Io voglio mettere in evidenza la semplicità dei piatti con la loro alta capacità evocativa “.

Riflettendo su queste parole, percepisco l’amore che Carlo prova per tutto il “contorno” di un piatto, quello appunto che non si vede, che è assente dentro al piatto stesso, ma di cui è intriso il suo sapore o il suo odore, ovvero, il tempo, la dedizione, la psicologia, l’educazione, la cultura, l’ambiente, il desiderio, la creatività, la voglia e l’immaginazione che ognuno di noi, indipendentemente dalle capacità, mette nel preparare un piatto, anche il più semplice e che trasformano i cibi in un vero e proprio linguaggio.

È fuor di dubbio che il tuo intento di scrittore va oltre lo scrivere semplici ricette, qual è il messaggio nascosto dentro al buono delle pietanze? Credo o almeno è la mia interpretazione, che ogni pietanza, che tra l’altro, è una bellissima parola, ovvero, vivanda servita a tavola,  evoca foneticamente il cibo,  ma anche un senso di pietà  e rimenbranza, insomma una vivanda è preparata con una grande quantità di diversi ingredienti  e, con un senso più generale, un coarcervo di cose o persone. Da qui il rispetto per ciò che andiamo ad assaporare.”
13_07_granita_1fotoA questo punto anch’io mi sento una grande cuoca e lo dico ad alta voce. Carlo sorride, e mi rassicura: “Quando si usa il rispetto per gli ingredienti e si cucina un piatto con passione, altro elemento, assente nella lista degli ingredienti ma fondamentale, ogni persona che si avvicina ai fornelli  diventa un grande cuoco. Il cuoco a cui mi riferisco io, probabilmente non avrà successo, non andrà in televisione, non farà molti soldi ma lascerà dietro di sè un valore emotivo unico e irripetibile”.

È riduttivo definire la tua fatica di scrittore il risultato di gusto, intelletto e panza?  Sono la stessa cosa – ride – si, alla fin fine, sono la stessa cosa”.

Ma non sono anche le chiavi del vivere bene? Eh si, dovrebbe essere così.  Però riflettendo su certe ricette presenti nel libro, l’aspetto salubre si dimentica, piatti elaborati, tradizionali iblei, sono un concentrato di colesterolo, ma affascinanti per la loro ritualità, legati a eventi precisi e rari durante l’anno, e poi dobbiamo anche sfatare il mito dell’abbondanza meridionale, che è la conseguneza della modernità, perchè quando la nostra società ha raggiunto il benessere ha voluto sfoggiarlo, anche sulla tavola. In passato la quantità non era così abbondante e nemmeno la varietà. Per me parte del mio “vivere bene” è l’impegno e la sfida  che ci metto per  proteggere i sapori e le specificità alimentari che sono parte della nostra cultura”.

Ripongo il libro nella borsa, saluto, ringrazio Carlo e me ne vado. Ma non è il peso dell’opera nella borsa a farmi sentire diversa,  sono i pensieri e le parole dette, che risuonano ancora fresche nelle mente e che mi confermano, ancora una volta, che questo popolo che non ha mai fatto parte di alcuna parte del mondo in epoca storica, che è stato occupato da nord a sud, oltraggiato e sfruttato, non è mai stato assimilato e riconosciuto nella sua unicità.

Giovanni Falcone scrisse: “Noi abbiamo avuto cinquecento anni di feudalesimo. Se ci si rendesse conto che il siciliano è prima di tutto siciliano, poi medico, avvocato o poliziotto, si capirebbe già meglio.”

piede